Senatori a vita e Democrazia indiretta

 
 

Il termine democrazia, com’è noto a tutti, deriva dal greco demos (popolo) e cratos (potere). Pertanto, etimologicamente, significa potere (governo) del popolo.

E’ altresì noto a tutti che si distingue, correttamente, tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa (parlamentare).


Non occorre certo ricordare che:

– la democrazia diretta presuppone l’approvazione di ogni singola legge con apposito referendum popolare (vedi Svizzera, dove il popolo può bloccare o modificare le Leggi nonché modificare la Costituzione);

– la democrazia rappresentativa, per definizione, presuppone la scelta dei rappresentati del popolo da parte del popolo mediante libere elezioni con le sole eventuali limitazioni previste da un’apposita legge elettorale.


L’Italia, per dettato costituzionale, è una Repubblica parlamentare: quindi, a democrazia indiretta. Lo stesso dettato costituzionale aggiunge, però, due strumenti di democrazia diretta: il Referendum e l’Iniziativa popolare.

Strumenti questi entrambi esercitati ma di fatto con scarsi o nulli effetti concreti. Lo dimostra icasticamente il fatto che i risultati dei tanti referendum di cui si è fatto uso (e talvolta abuso) troppo spesso sono stati annullati (e talvolta ribaltati) da “sollecite” e “finalizzate” iniziative parlamentari.


La democrazia parlamentare italiana, inoltre, risulta caratterizzata da una particolare rappresentanza – quella dei Senatori a vita – oggi più che mai oggetto di discussione.

Precisamente, dei Senatori a vita previsti dall’art. 59 della Costituzione che così recita testualmente:

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.

Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

In passato, la discussione sui Senatori a vita ha interessato essenzialmente il secondo comma dell’art. 59.

La domanda era: mai più di cinque ovvero cinque è il numero che ciascun Presidente ha facoltà di nominare?


Il dubbio fu sciolto dal Presidente Pertini che, confortato dal parere favorevole (da alcuni non condiviso) della Giunta per il regolamento del Senato, ritenne corretta l’interpretazione secondo la quale ciascun Presidente ha facoltà di nominare “cinque” Senatori a vita.

Per effetto di tale interpretazione il numero massimo di Senatori a vita, raggiunto nel 1992, è stato di undici. Attualmente sono sette di cui tre ex-Presidenti.


Oggi il quesito è essenzialmente politico.


E’ democraticamente corretto che i «Senatori a vita» determino in Parlamento con il loro voto maggioranza politica di parte?


In altri termini: è consentito dalla democrazia che Senatori Onorari (perché in ultima analisi di questo si tratta) determino con il loro voto una maggioranza diversa da quella di volta in volta votata “democraticamente” dai Parlamentari in carica (dai Rappresentanti scelti dal popolo) per effetto delle più recenti elezioni politiche?

Più precisamente: sono i Senatori a vita legittimati a rappresentare il popolo (e con libera scelta di schieramento) così come  la democrazia indiretta oggi riconosce ai Parlamentari regolarmente eletti?


Realtà vuole che nessun articolo della Costituzione attribuisce ai Senatori a vita un ruolo politico che, in quanto tale, non potrebbe non essere comunque di parte.

Stando alla lettera dell’art. 59 la «nomina» a Senatore a vita è manifestamente un “meritato riconoscimento onorario” a chi ha ben operato o come Capo dello Stato o come prestigioso “testimonial”  del Paese.


Se, come fondatamente sembra essere, tale “logica” interpretazione è esatta, appare evidente che attribuire ai Senatori a vita «nominati» le medesime prerogative parlamentari dei Senatori eletti dal popolo vuol dire, quanto meno, eludere e la lettera e lo spirito della Costituzione.


Non a caso, infatti, la Costituzione prevede che «È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica»; quindi chi, accettando di collocarsi al disopra delle parti, ha assunto l’impegno di rappresentare TUTTI gli Italiani.

Poiché ciò è indiscutibilmente vero sembra altresì vero che l’ex Capo dello Stato con l’accettazione della «nomina» a Senatore a vita assume, quanto meno moralmente, l’impegno di continuare ad operare sempre e comunque come doverosamente «impone» il mandato Presidenziale; cioè, al di sopra delle parti.

Non occorre ovviamente aggiungere che il mancato rispetto di tale obbligo morale è legittima fonte di dubbio sull’imparzialità del ruolo svolto da ciascun «ex» come Presidente della Repubblica in carica.


Il già citato secondo comma dell’art. 59 della Costituzione sancisce che il Presidente della Repubblica ha facoltà di nominare «Senatori a vita «cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».


Ne consegue che l’art. 59, di fatto, conferisce ai Senatori a vita «nominati» lo stesso prestigio conferito ai Senatori a vita di diritto. Riconosce loro, di fatto, lo stesso prestigio che spetta ai Padri della Patria i quali in quanto tali (indipendentemente dalle personali convinzioni politiche) appartengono a TUTTI gli Italiani; il che li pone, inconfutabilmente, al di sopra delle parti.


Ciò premesso, appare evidente che per quanto attiene al loro comportamento in Parlamento – atteso che «non sono stati eletti» ma «nominati» (pertanto Senatori al di fuori dei canoni della democrazia indiretta vigente) – valgono le stesse considerazioni svolte in riferimento ai Senatori a vita di diritto.


Da quanto si è sin qui detto emerge che ai Senatori a vita e «di diritto» e «per nomina» spettano, come si conviene per i Padri della Patria (ai quali meritano di essere assimilati) il massimo rispetto e la convinta gratitudine di TUTTI gli Italiani per gli alti servizi resi al Paese e per i preziosi suggerimenti sicuramente offerti, anche in Parlamento, grazie al personale peculiare bagaglio di grande saggezza e di lunga esperienza. Gratitudine che TUTTI gli Italiani non faranno mai mancare soltanto se il loro operato meriterà il consenso di TUTTI gli Italiani.


Ovvero se il loro operato risulterà  sempre e comunque al di sopra di ogni parte politica. In Parlamento, se i Senatori a vita  scelgono quanto meno di allontanarsi dall’Aula tutte le volte che il loro voto potrebbe risultare – specialmente se in misura determinante – in favore di questa o di quella parte politica.


Vero è che la Costituzione nulla dice in merito; è altresì vero, però, che non tutte le Norme che garantiscono la democrazia sono scritte. Lo insegna la grande madre della democrazia parlamentare, la Costituzione del Regno Unito.


Donato Magi • 2006